SULLA SONDA «STARDUST»
Un po’ di polvere di cometa sta viaggiando verso la Terra

Home

   

SEBBENE eclissata dalle notizie sull'arrivo a Marte delle missioni «Mars Express» e «Spirit», agli inizi di gennaio un'altra sonda, la «Stardust», ha compiuto con successo una storica missione: l'incontro con la cometa Wild 2 e il prelievo di una piccola quantità di materiale dell'estesa atmosfera di gas e polveri (chioma) che circonda il suo nucleo. Dopo un viaggio di due anni, nel 2006 questi campioni saranno riportati a terra per essere esaminati in laboratorio. La sonda, protetta da tre speciali scudi per evitare i danni degli impatti a ipervelocità delle particelle solide che formano la chioma, come previsto, è passata a soli 240 chilometri dal nucleo della Wild 2 alle 19,22 (ora italiana) del 2 gennaio. Stardust era entrata in contatto con le parti esterne della chioma già il 31 dicembre e da quel momento ha subito una vera e propria tempesta di sabbia con i granelli di polvere cometaria che colpivano la sonda ad una velocità di oltre 6 chilometri al secondo (circa 22.000 chilometri all’ora). Lo scudo più esterno ha subito almeno dieci impatti, ma sembra che non abbia riportato danni rilevanti. L'attraversamento della chioma ha comunque riservato delle sorprese ai responsabili della missione. Ci si aspettava, infatti, di osservare un aumento costante nel numero di particelle man mano che la sonda si avvicinava al nucleo e successivamente una diminuzione. Invece Stardust ha prima attraversato una zona in cui la chioma era più densa, poi una in cui le particelle erano molto rarefatte e successivamente una regione di nuovo densa di materia. Questo fatto non è sorprendente. I nuclei cometari emettono gas e polveri dalla loro superficie, in seguito della sublimazione dei ghiacci di cui sono formati, non in maniera uniforme, ma da zone "calde", dando luogo a getti di materia in cui la densità di particelle è molto elevata. Con ogni probabilità, Stardust ha attraversato due di questi sciami di polveri e gas emessi poco prima dalla Wild 2. I nuclei cometari sono formati prevalentemente da ghiacci, per lo più ghiaccio d'acqua, "inquinati" da particelle solide di natura rocciosa. Quando transitano in prossimità del Sole (il cosiddetto "passaggio al perielio"), a causa dell'aumento della temperatura, i ghiacci sublimano trascinando con sé una parte delle particelle non volatili. Quelle che rimangono in superficie, con il tempo, e dopo diversi passaggi al perielio, formano una crosta scura che si ispessisce sempre più e che trasmette con molta efficienza il calore prodotto dall'irraggiamento solare verso le zone interne del nucleo. La conseguente sublimazione dei ghiacci produce del vapore la cui pressione può provocare delle fratture in alcune parti della crosta superficiale da cui i gas fuoriescono all'esterno. Ecco qual è la causa della formazione dei getti di gas e polveri che sono stati osservati in comete relativamente attive, come la Halley, visitata nel 1986 dalla sonda Giotto, e la Borrelly dalla Deep Space 1 nel 2001. Anche se il compito principale di Stardust è di riportare a terra campioni di materiale cometario, ciò che per adesso ha più meravigliato sono le fantastiche immagini del nucleo della Wild 2 riprese della sonda. Mai in precedenza ne erano state ottenute di così elevata nitidezza. Durante il fly-by ne sono state scattate oltre settanta dove sono visibili dettagli impressionanti della superficie, che appare tormentata da un gran numero di avvallamenti e crateri. Il nucleo, a differenza di quelli della Halley e della Borrelly, che erano molto irregolari e allungati, è sferoidale con un diametro di circa 5 chilometri, molto simile ai disegni artistici con cui veniva rappresentato il modello di "palla di neve sporca" per i nuclei cometari proposto negli Anni 50 dall'astronomo Fred Whipple. Adesso la sonda Stardust è sulla strada di rientro. Il 15 gennaio 2006 passerà vicino alla Terra e sgancerà il contenitore dei campioni di materiale cometario, che, appeso a un paracadute, scenderà nel Grande Deserto Salato (Utah). Le analisi di questo materiale daranno importanti risposte alle tante domande sulla composizione della nebulosa protoplanetaria da cui 4,5 miliardi di anni fa ebbe origine il Sistema Solare.

 

 
   

Data: gennaio 2004

Autore: [TSCOPY](*)INAF - Osservatorio Astronomico di Torino [/TSCOPY]

Fonte:

Link:

 

 

Questo contenuto di Space Freedom è pubblicato secondo la licenza di utilizzo di Creative Commons, salvo diversa indicazione.

L'editore non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti nell’articolo o di errori in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito.